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2016 -13 OTTOBRE PALAZZO LABIA –VENEZIA CONVERSAZIONE E TAVOLA ROTONDA MIUR- AVV INTRODUZIONE

13 OTTOBRE 2016 PALAZZO LABIA –VENEZIA CONVERSAZIONE E TAVOLA ROTONDA MIUR- AVV INTRODUZIONE APPUNTI PERSONALI Buongiorno, sono Maria DF in rappresentanza dell’AVV costituita nel 1979 tra i proprietari e gli amici delle Ville Venete esistenti nell’area storica e geografica della cultura e civiltà venete. Le Ville Venete in questa area censite da IRVV sono circa 4300, da 1 a 17 per comune. L’AVV è una associazione apartitica, senza scopo di lucro. Come da statuto la AVV ha lo scopo di contribuire alla valorizzazione ed alla maggiore conoscenza delle Ville Venete stimolando la partecipazione dello Stato, delle Regioni Veneto e Friuli Venezia Giulia, di soggetti pubblici e privati, delle Associazioni culturali, artistiche,storiche, nelle attività di tutela del patrimonio architettonico, artistico, culturale, paesaggistico rappresentato dalle Ville Venete. Ai fini del presente statuto si considerano Ville Venete sia i complessi immobiliari già vincolati ai sensi del d.lgs. 22 gennaio 2004, n. 42, sia quelli non ancora assoggettati a vincolo che sono meritevoli di valorizzazione e tutela nel loro complesso, sia quelli catalogati nello speciale elenco tenuto attualmente dall'Istituto Regionale Ville Venete. Già da 10 anni numerose Ville Venete si sono aperte alle scuole di ogni ordine e grado (comprese le scuole materne ) con molteplici percorsi didattici, elaborati dalle ville stesse in relazione alle proprie peculiarità. Lo scorso anno AVV ha collaborato con IL MIUR al progetto MUSA che è stato praticamente la prova generale dell’ASL. In armonia con gli scopi dello statuto nel dicembre 2015 è stato firmato un protocollo d’intesa tra MIUR e AVV in tema di collaborazione formativa. Le nuove disposizioni in ambito di “buona scuola” che prevedono dei periodi obbligatori di alternanza scuola lavoro per tutti gli studenti delle scuole secondarie superiori incontrano la disponibilità e l’entusiasmo dell’AVV per la realizzazione di una collaborazione formativa che, speriamo, generi cultura. Le parole chiave di questa collaborazione e della nostra odierna conversazione sono: civiltà di Villa (Veneta) e cultura. Entrambe affondano le radici nella coltivazione dei campi: l’agricoltura. E’ molto importante comprendere profondamente il significato di “coltivare”. ETIMOLOGIA DI CULTURA: Participio futuro neutro plurale del verbo attivo colere La parola cultura precede, cronologicamente, il participio passato culto e lo segue teleologicamente. Per i latini coltivare era “colere” da cui derivano evidentemente colto, culto, cultura, inquilino, coltivazione e quindi agricoltura. Il participio futuro indica ciò che è imminente, che è prossimo e di cui già si intuisce il risultato finale, l’esito. Sono cultura le cose prossime alla coltivazione, a far crescere, a onorare, a cui rendere culto e per cui ci si adopera per realizzare il progetto dell’albero e dei frutti a partire dalla messa a dimora dei semi. Il progetto era molto importante perché garantiva la sopravvivenza e per questo scopo ci si adoperava sicuramente con molto impegno. L’uso della radice del verbo còlere fu esteso a tutte le azioni che, come l’agricoltura, richiedevano una intensa e costante cura, come il servizio religioso verso gli dei, ovvero il culto, come il coltivarsi per crescere interiormente e in particolare prendersi cura dell’educazione dei giovani. Il fatto che il termine culto, che ha un significato così legato a pratiche materiali, sia stato, da subito, usato anche per indicare qualcosa di così intangibile come l’atto simbolico della cura della divinità porta su un piano immateriale anche la “cultura”. Il simbolo, dal greco sym-bolon, metto insieme, unisce i diversi piani dell’esistenza, mette in relazione e collega ciò che è fisico con ciò che è metafisico, ciò che è tangibile con ciò che è intangibile. La cultura diventa quindi essa stessa un simbolo che spinge a far crescere, ad andare verso l’alto, oltre, per conoscere e comprendere più profondamente se stessi, l’essenza della natura delle cose, creare collegamenti tra le varie scienze e discipline e costruire ponti tra le persone e le comunità. La cultura quindi contiene e supera l’etica perché la vede proiettata in un progetto per il futuro. Non è colto chi conosce molte parole, lingue, discipline, date, nozioni e le tiene per sé o le usa per aumentare le distanze con il suo prossimo, ma chi avendo vissuto molte esperienze, di qualsiasi tipo esse siano, le mette umilmente a servizio della comunità cercando di costruire ponti per creare legami che rafforzino la reciproca collaborazione per un miglioramento della vita di tutti. La cultura collega le conoscenze specifiche, le trascende, le interpreta, le riassume e le trasforma in un sapere che ci rende in grado di collaborare con tutte le creature per la costruzione e il mantenimento della vita. La cultura nasce come impegno per nutrire il corpo e si estende a quello per nutrire lo spirito per portare come frutti le buone relazioni tra tutti gli esseri viventi. In un mondo nato da relazioni e in cui ogni cosa è in relazione, lo scambio delle esperienze, delle “culture”, quella del pescatore, dell’agricoltore, dell’operatore ecologico, dell’infermiere, del malato, del medico,del musicista, del pittore, del camionista, del carcerato, dello scienziato … , è l’unica via per tendere ad una visione meno parziale e frammentaria, più veritiera della realtà che ci circonda. Le varie attività e discipline non devono agire a compartimenti stagni ma interpretandosi a vicenda, tutte devono contribuire insieme alla causa comune. La nostra civiltà è nata con l’agricoltura quando i nomadi hanno cominciato a coltivare un territorio, e perciò sono diventati stanziali e hanno iniziato a costruire villaggi e ad acquisire il senso di comunità e della circolarità del tempo e del ciclo delle stagioni. Ritrovarsi “agricoltori” equivale a recuperare un sano rapporto con il tempo, da dedicare con continuità alle cose di cui prendersi cura perchè sono veramente importanti per la vita propria e della comunità e con rinnovata saggezza dare significato e valore profondo alla “cultura” che sa prendersi cura, elevare, e contribuire in maniera essenziale ad una nuova percezione del mondo unito da una comune empatica partecipazione e collaborazione alla realizzazione di una “cittadinanza globale”. *Poco importa se coltivare deriva dalla radice colere ,dal latino, dal greco o da qualsiasi altra lingua, l’importante è che questa etimologia offre una occasione per una riflessione importante. A cura di Associazione per le Ville Venete La civiltà di villa è uno scrigno che contiene una molteplicità di conoscenze ed esperienze che da sole possono dare una formazione culturale molto valida, sembra l’evoluzione della parola cultura a partire dalla coltivazione dei campi alla coltivazione di se stessi e del prossimo, il coltivarsi per crescere interiormente e in particolare prendersi cura dell’educazione dei giovani. La civiltà di villa Veneta nasce quando dopo la scoperta dell’America nel 1492 Venezia che era le regina del Mediterraneo, per quanto riguardava, il commercio diventa l’ultima, data la sua posizione geografica, e a quel punto i veneziani si ricordano di avere delle proprietà da coltivare in terraferma. L ’origine delle Ville Venete è agricola e questo è tuttora evidente osservando le strutture che ne fanno parte integrante come cantine, granai, fienili, caseifici, stalle, serre, ghiacciaie, frantoi, peschiere, broli, colombaie, pollai, porcilaie, aie o selici, portici, barchesse , ricchissime cucine e ricette che ancora conservano una grande varietà di utensìli particolari, che si tramandano e che sono entrate a far parte del nostro patrimonio culturale ma non è come andare a fare il pane o il formaggio o il vino, in un mulino vecchi o nuoco che sia o un vecchio o nuovo caseificio o in una azienda vitivinicola ...dove c’è solo l’opificio ..qui il granaio, il forno, il caseificio,… fanno parte della struttura della Villa che è un museo ricchissimo di bellezze artistiche, un museo assolutamente particolare perché è una casa dove si vivono emozioni uniche … come ho già detto, ma mi piace sottolineare, sono case spesso ancora abitate dai proprietari e quindi entrando in esse ci si sente accolti dal calore degli oggetti domestici,dei vasi di fiori, di un bicchiere di vino o di sciroppo o di un a torta, preparati secondo una ricetta di casa, di tutti quei particolari che creano la differenza tra un museo e un luogo dove si svolge una vita familiare. Ma i Veneziani, abituati al bello, per seguire la coltivazione delle loro terre, fecero costruire delle dimore paragonabili e in molti casi più ricche delle loro dimore veneziaone. Si avvalsero degli architetti più bravi e innovativi come Palladio, pittori come Tieplo, Zelotti, scultori come il Sansovino, disegnatori di giardini, amavano la musica perciò i proprietari stimolarono compositori illustri e le ville divennero sede di concerti e in molte ville si trovano ancora preziosi strumenti musicali costruiti appositamente per le ville, falegnami , vasai …. Tutto quello che serviva per la vita ed il divertimento dei nobili e della comunità. Nasce così il fenomeno delle civiltà di villa e delle Ville venete: unico al mondo. Le ville non erano le case di villeggiatura dei nobili veneziani ma il centro della azienda agricola. La scorsa estate ho conosciuto una signora svedese, ricercatrice all’università di Goteborg, che da anni studia la musica veneziana del seicento. La nascita delle Ville Venete ha modificato il territorio e la vita sociale. Ai veneziani era ben noto il significato di “essere tutti sulla stessa barca “, concetto che mettono in pratica anche in terraferma. E’ un umanesimo sociale, una Repubblica sociale. Molte ville venete hanno ripreso le buone pratiche di un tempo e si stanno imponendo sul mercato dei prodotti agricoli in quanto coniugano il meglio delle tradizioni del passato con le proposte più innovative del presente. Ma sono contemporaneamente musei, luoghi d’eccezione per visite scolastiche e per ricevimenti. Cantieri aperti dove mettere in pratica conoscenze apprese a scuola e imparare come applicarle a luoghi e situazioni particolari: giardini, camini a forchetta, pavimenti a terrazzo veneziano, deumidificazione, riscaldamento ….fosse biologiche ….impianti di tutti i tipi ..pubblicità… La maggior parte delle ville venete sono tutt’ora abitate dai proprietari che le aprono al pubblico e molto spesso fanno loro stessi da guida. In ogni caso sono nate come case e come tali conservano la loro dimensione e lo spirito di accoglienza che si percepisce in ogni occasione. Qualsiasi mostra o museo anche il più ricco di preziose opere, illustrato da coltissime ed espertissime guide non può competere nel l’impatto emotivo che naturalmente ci pervade quando entriamo in una “casa “. Così le attività didattiche in villa assomigliano più a visite da amici che alle classiche visite museali. Le ville sono come città, hanno tutto nella loro autonomia e autosufficienza. Mondi completi che si relazionano a migliaia di altri mondi completi compenetrandosi, completandosi vicendevolmente. E' la rete. Ma ecco la lezione che ci viene dalla villa: è multifunzionale. Non è una monocoltura, ma si intrecciano tutti i mestieri: agricoltura, giardinaggio, paesaggio, artigianato (trasformazione dei prodotti, restauro, artigianato artistico), architettura, urbanistica, accoglienza turistica (soggiorni, ristorazione, visite guidate, eventi, congressualità), musealità, arte, storia, culto. Ognuna di queste parole rappresenta un possibile mestiere. Un giovane all'interno di una villa può scoprire le sue o la sua vocazione: architetto, paesaggista, agricoltore, cuoco, albergatore, storico, artista, e via dicendo. Certo non bastano le poche ore in cui potrà impegnarsi all'interno di una villa aperta al turismo culturale, ma potrà stare un giorno con i contadini nei campi, un giorno con il giardiniere, un giorno con un cuoco in cucina, un giorno in cantina, o in stalla, un giorno in ufficio a fare un preventivo per un matrimonio e un altro a seguire la contabilità, un giorno seguirà una visita guidata e un altro assisterà ad un evento magari contribuendo ad organizzarlo. Capirà cos'è una Villa Veneta, ne conoscerà la genesi e la storia, ma soprattutto potrà fare un po' di esperienza in ambiti differenti, esplorando le proprie attitudini, le passioni, toccando con mano l'impegno, la fatica e la bellezza del lavoro, vedendone i risultati. La conoscenza di un mondo così articolato, quasi giocando (ma anche nel gioco è necessario impegno, concentrazione, intelligenza) gli aprirà gli occhi, facendogli immaginare, desiderare o sognare un proprio futuro. Molti sono gli spunti per studi, approfondimenti e riflessioni su argomenti propri della “civiltà di Villa “ che intersecano il tema della nutrizione e che si prestano a coinvolgere i giovani ospiti e con cui si può attirare il loro interesse a fare esperienze. Ricette: risi bisi , pagnotta del doge, bigoli .., etimologie: vedi naranza , persego, armellin… In questo periodo ho iniziato a restaurare una piccola villa veneta che originariamente aveva i 4 camini a forchetta, alcune maestranze del luogo sono accorse per aggiudicarsi il lavoro ma di fronte ai 4 camini veneziani a forchetta da ricostruire si sono fermati. Forse qualche liceo artistico può darmi una mano studiando a fondo al struttura, il funzionamento, disegnando in sezione con dettagli misure ….Lo stesso potrebbe essere per uno strumento musicale, per un mobile …. Ricordo molti anni fa una classe del liceo artistico Modigliani di Padova fece un bellissimo plastico del castello del Catajo dando particolare risalto all’affresco degli “sposi “. La Rinascente con sede al centro di Padova lo espose in una delle sue vetrine per 3 mesi e quell’anno la richiesta di eventi per matrimoni fu davvero eccezionale. Si cercherà di valutare l’impronta che i nostri atti producono direttamente sulle persone con cui stiamo collaborando e indirettamente tramite gli effetti che induciamo sulla terra con la visita alla villa per un turista sostenibile. Per i primi saremo sempre tutti chiamati ad esprimere il nostro parere, per i secondi la scienza ci fornisce spiegazioni specifiche che inquadreremo in un discorso globale. La Villa, data la molteplicità di esperienze che può offrire, mi appare anche come luogo adatto per far operare persone svantaggiate. RISULTATI La civiltà di villa dunque al servizio della formazione dei giovani. E l’ASL è sicuramente un mezzo efficacissimo per la diffusione della conoscenza delle Ville Venete nel territorio. Con l’ASL, la villa può valutare futuri collaboratori e usufruire di aiuti ad effetto immediato o che aprono nuove vie future. La collaborazione tra ASL e VILLE regala al territorio, alla nazione, dei cittadini più legati al territorio. È’ un modo di integrazione DEGLI allievi ITALIANI E stranieri E’ un luogo di aggregazione sociale del territorio. NEL CORSO DEGLI ANNI SI è PASSATI DA un a concezione puramente statico-conservativa della tutela dei beni culturali a una concezione dinamica orientata al loro pubblico godimento in quanto naturalmente destinati alla pubblica fruizione e valorizzazione come strumenti di crescita culturale della società Sembra la realizzazione di quanto auspicato da Ciampi nel suo discorso del 5 maggio 2003 di cui riporto integralmente alcuni passi: “Ancora da ultimo ricordo l’articolo 9 della costituzione e il presidente CE’ nel nostro patrimonio artistico, nella nostra lingua, nella capacità creativa degli italiani che risiede il cuore della nostra identità, di quella nazione che è nata ben prima dello stato e ne rappresenta la più alta legittimazione. L’Italia che è dentro ciascuno di noi è espressa nella cultura umanistica, dall’arte figurativa, dalla musica,dall’architettura, dalla poesia e della letteratura di un unico popolo. L’identità nazionale degli italiani si basa sulla consapevolezza di essere custodi di un patrimonio culturale unitario che non ha eguali al mondo. Forse l’articolo più originale della costituzione italiana è proprio quell’articolo 9 che infatti trova poche analogie nelle costituzioni del mondo”La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio ed il patrimonio storico e artistico della Nazione “ La Costituzione ha espresso come principio giuridico quello che è scolpito nella coscienza di ogni italiano. Anche la tutela quindi dunque deve essere concepita come non in senso passivo di protezione ma in senso attivo e cioè funzione della cultura dei cittadini deve rendere questo patrimonio fruibile a tutti..Se ci riflettiamo più a fondo la presenza dell’art 9 tra i principi fondamentali della nostra comunità offre un ‘indicazione importante sulla missione della nostra Patria su un modo di pensare e di vivere al quale volgiamo dobbiamo essere fedeli. La cultura ed il patrimonio artistico devono essere gestiti bene perchè siano effettivamente a disposizione di tutti oggi e domani per tutte le generazioni. la doverosa economicità dei beni culturali la sua efficienza non sono l’obiettivo della promozione della cultura ma un mezzo utile per la oro diffusione promozione Lo ha detto chiaramente una sentenza della corte di cassazione in una sentenza del 1986 quando indica la primari età del valore estetico-culturale che non può essere subordinato ad altri valori ivi compresi quelli economici e anzi indica che la stessa economia si deve ispirare alla cultura come sigillo della sua italianità la promozione della sia conoscenza la tutela del patrimonio artistico NON sono dunque un’ attività fra le altre per la repubblica MA UNA DELLE MISSIONI PIU PROPORIE PUBBLICA E INALIENABIiLE PER DETTATO COSTITUZIONALE E PER VOLONTà DI UNA IDENTITà MILLENARIA “ A mio avviso, l’obiettivo è quello di riuscire a creare legami, mettere in relazione le persone con le opere d’arte e la natura. In questa missione il compito degli educatori è quello di interpreti, mediatori, facilitatori come si dice ora, tra le persone e le opere d’arte e la natura. Non desideriamo convincere le menti, per quello ci sono tanti bravissimi professori e completissimi libri. Noi che guidiamo le persone attraverso la realtà e concretezza dei luoghi, cerchiamo di toccare il cuore delle persone con il coinvolgimento emozionale, cerchiamo di farle entrare in comunicazione con il Genius loci che fa diventare l’incontro con i luoghi come una sorta di innamoramento a cui per forza seguono appuntamenti e spontaneo impegno alla conservazione. Boris Pasternak aveva un appuntamento ogni anno con i palazzi di Venezia. Secondo Servio, infatti, nullus locus sine Genio :nessun luogo è senza un Genio (Commento all'Eneide, 5, 95) “Ogni luogo ha la sua entità sovrannaturale, la sua natura. E’ il Genius Loci che infonde nelle persone l’amore per un luogo inducendole a tornare e ritornare, a visitarlo e a difenderlo. Quando le persone si sentono intimamente connesse ai luoghi in cui vivono, lavorano , si divertono e da cui traggono nutrimento, certamente investiranno, si dedicheranno a quei luoghi e li proteggeranno spontaneamente e partecipando alla vita attuale del luogo e si sentiranno responsabili della sua vita futura. Il legame tra le persone e i luoghi in cui vivono, intesi come natura, opere d’arte e cultura trasmessaci dai nostri predecessori, è una sorta di capitale sociale, forse il più significativo e importante perché una comunità possa continuare a vivere in un luogo. Lo spirito del luogo è un regalo preziosissimo che ci arriva dal passato filtrato dal tempo e dalla vita di molte generazioni. Per questo è necessario per la vita stessa delle comunità locali. La protezione del Genius Loci è divenuto, recentemente, un elemento molto importante nell’ambito della protezione del territorio da parte dell’UNESCO, del Consiglio d’Europa, e delle istituzioni europee. Sicuramente, creare legami con le opere d’arte è un compito difficile ma il patrimonio delle Ville Venete ha una particolarità veramente unica: sono “case” . Alcuni esempi da citare … quello che viene in mente -Basti pensare a risi bisi… il piatto celebrativo della primavera, dato che era questa la stagione in cui avvenivano i primi raccolti di piselli, e veniva offerto al Doge nella sala dedicata ai banchetti del Palazzo Ducale in occasione dei festeggiamenti del patrono San Marco il 25 aprile. Anche il riso venne importato dai veneziani, che all’inizio lo utilizzano come sostanza addensante per zuppe o minestre, e veniva venduto nelle spezierie a chicchi, ed in seguito, reimpiantato e coltivato nell’entroterra veneto divenne parte essenziale della cucina veneziana. Per la realizzazione del piatto tipico viene impiegata ogni parte dei piselli, compresi i baccelli i quali, una volta puliti, vengono immersi in acqua e bolliti per ottenere un brodo piuttosto denso che, una volta filtrato, verrà unito ai piselli ed al riso per consentirne la cottura. Anche la pancetta fa parte della ricetta tradizionale dei risi e bisi e viene utilizzata per dare maggiore sapore al piatto. In Arabo “pisello” è basell, in Turco è bezely, in Greco moderno è pizeli, in Siciliano pisiduzzi, e in Veneto bisi, perciò in tutto il Mediterraneo questa verdura “non conosce confini”. E’ interessante osservare che in molte lingue del bacino del Mediterraneo (per esempio Arabo, Turco, Greco, Veneto e Siciliano) i suoni “p” e “b” risultano mescolati. Per esempio i termini indicanti la parola “pisello”, sebbene derivino dalla stessa radice, in alcune lingue sono pronunciate con una “p” iniziale, in altri con una “b” iniziale. Ciò è probabilmente una conseguenza della mutazione fonetica nella linguistica dato che la “p” e la “b” sono entrambe lettere labiali. - L’unica pasta davvero tipica di questa regione, è rappresentata dai bigoli, la cui preparazione è storicamente legata all’operato dell’uomo, più che della massaia, per la forza fisica che richiede nella preparazione originaria in casa. I bigoli sono una sorta di spessi spaghetti realizzati con l’utilizzo di un torchio azionato a mano, la cui superficie è particolarmente ruvida ed adatta a trattenere i sughi. - a termini del dialetto veneto più vicini al termine scientifico di quanto non sia l’italiano …persego prunus persica …. armellin, prunus armeniaca ….sarese …… prunus cerasus -Naranza: deriva da una parola araba, mutuata dal persiano narang, “(frutto) favorito dagli elefanti”, che indicava l’arancio. Questa specie era probabilmente nota anche ai Romani, tuttavia è stata “riscoperta” e importata dai Portoghesi nel XIV secolo. E’ interessante notare come nella maggior parte dei dialetti italiani, e in molte lingue europee, per indicare l’arancia si usino vocaboli derivati dalla parola “Portogallo”, mentre il veneto (naranza) e lo spagnolo (naranja) hanno conservato nomi legati all’etimologia arabo-persiana. Nel caso del termine veneto, potrebbe trattarsi di un lascito dovuto agli scambi commerciali veneziani col Medio Oriente. -finocchio e infinocchiare questo verbo deriva dall’utilizzo di abbondante finocchio per nascondere l’odore di pietanze non più fresche, ingannando così gli avventori di ristoranti e taverne. -“sacheti veneti”. La funzione di Venezia nell’apertura alla cultura gastronomica europea fu davvero importante: il contatto della Serenissima con le culture che si affacciavano sul mediterraneo, dall’Africa e dall’Asia fu un veicolo importante per l’importazione in tutta Europa di spezie: Nel V secolo venivano scaricate dalle navi provenienti dai paesi levantini circa 5000 tonnellate di spezie, quali pepe, zenzero, zafferano, cannella, nove moscata, macis, chiodi di garofano il coriandolo ed altre. In anticipo di diversi secoli Venezia intuisce presto la potenzialità di queste merci e inventa letteralmente il marketing, capendo che per poter vendere bene un prodotto bisogna creare la domanda e non aspettare che questa si formi da sola. Ecco quindi che Venezia stessa "inventa" il lusso delle spezie. Ma non solo, sempre in forte anticipo sui tempi, inventa anche il packaging, immettendo sul mercato i famosi "sacchetti veneziani", cioè spezie miste già confezionate e pronte all'uso! -ospitalità in villa da vecchio libro antico. Tratto da Antonio Longo, Memorie della vita di Antonio Longo viniziano, 1820: “Chi avesse voluto dipingere l’affabilità, la gentilezza del tratto, la cortesia, poteva trarne copia da ognuno degli individui della famiglia Fovel di Venezia che teneva casino di villeggiatura alla Mira,[… ] la casa era sempre aperta a giornaliera e serale conversazione di somma libertà. Nella stanza del pianoforte si udiva a tutte le ore la più scelta musica, per essere frequentata dai più celebri dilettanti […]. Radunati tutti e composti i loro giuochi, la padrona girava la casa con due canestri di frutta sotto il braccio, regalando di quelli confidenzialmente gli astanti e riscuotendone gli applausi e gli evviva”. -descrizione utensìli di una cucina -Di seguito vengono elencate strutture legate alle attività agricole di una villa veneta, e vengono riportate le etimologie ed alcune curiosità: Barchessa (porticato rurale): deriva dal termine barco (tettoia per riparare il fieno), a sua volta derivato da “barca”, per analogia con la barca rovesciata, o dall’italiano antico bareca, “stalla”. Biaver (granaio): dal veneto biava (biada), a sua volta derivato dal franco blad, che significa “prodotto di un campo” Bigolo: derivato per aferesi dal latino bombicatus, “bacherozzo”. Brolo (orto, frutteto): dal tardo latino brogilus, a sua volta derivato dal gallico broga, campo cinto da siepe. Il verbo italiano imbrogliare deriva dal fatto che i senatori della Repubblica Veneta si accordavano per l’elezione del Doge in un brolo accanto a Palazzo Ducale. Caneva (cantina): dal tardo Latino canaba, “baracca di vimini o di legno”, usata come deposito temporaneo per prodotti venduti nei mercati. In seguito il termine indicò la bottega dove si vendono al minuto olio, vino, pane, e infine di conseguenza questa parola ha indicato la cantina. Giassara (ghiacciaia), derivante da giasso, “ghiaccio”, il quale a sua volta deriva dal latino glacies, ghiaccio. Esiste un altro termine, più arcaico, per indicare la ghiacciaia (e più in generale il vento freddo): baliverna, di derivazione incerta. Selice, o selese (selciato), dal latino silex, “selce”. -Strettamente legato all’evolversi della storia economica di Venezia è anche l’impiego di prodotti conservati e le relative tecniche di conservazione. Nei mercati, dai luganegheri, oltre agli insaccati si potevano trovare anche le carni di storione, di tonno e di baccalà; la spiegazione dell’utilizzo di tali prodotti è da ritrovarsi nell’abitudine dei veneziani di sostenere viaggi in mare che potevano durare anche un anno. Anche la vita dei veneziani, come quella di tutte le popolazioni marinare, li costrinse a cercare i modi migliori per la conservazione degli alimenti: nacque così il saor, fatto sia con le sarde e anche con i passerini, e la creazione di un pane biscottato, chiamato frisopo, che aveva il pregio di durare anche per anni sempre saporito e fragrante: Nel 1821, durante alcuni scavi a Creta operati in un antico forte veneziano, venne ritrovato un sacco contenente questi biscotti risalenti alla guerra contro i Turchi, 150 anni prima, e i frisopi si rivelarono non solo ancora commestibili, ma anche buoni. I discendenti sono i bussolai, che ora sono dolci, anche se la ricetta del frisopo è stata dimenticata. -l’invito “zuccherato” E proprio lo zucchero venne diffuso da Venezia in tutta Europa: attorno all’anno 1000 i Cavalieri Templari lo importarono da Cipro e Creta, incrementando la produzione nell’entroterra Veneto, per cui, un po’ alla volta il miele venne sostituito da questo dolce elemento, In seguito la lavorazione di questo elemento divenne cardine di un’arte che a Venezia toccò vette incredibili: famose ed elaborate sculture di zucchero vennero curate non solo da abili pasticceri, ma le decorazioni vennero curate da importanti artisti, come il Sansovino ed anche il Canova. Famosa rimase la “dimostrazione a sorpresa”, nel 1574 al giovane Enrico, erede al trono di Francia, e figlio di Caterina de Medici>( la corte di Francia era tra le più raffinate e rappresentative d’Europa: Nella sala del Maggior Consiglio venne allestito un banchetto che, dalle tovaglie alle supellettili, alle statue che ornavano la sala, tutto era composto di zucchero; a questo allestimento diede apporto appunto il Sansovino con i suoi bozzetti, e i famosi scaletèri, pasticceri sopraffini, che resero talmente verosimili le suppellettili, la tovaglia, perfino i tovaglioli, tanto che il principe si sedette a tavola convinto di iniziare il banchetto,,,,e si accorse che tutto era stato realizzato con lo zucchero quando il tovagliolo si disgregò tra le sue mani. Naturalmente seguì il vero banchetto, ma la straordinarietà dell’evento rimase negli annali della cucina europea.

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